Soggetto: io che corro dietro a un uomo.
L’istinto del galleggiante
hai letto da qualche parte
dell’accettare, non lottare
e farsi portare
ché lì dentro, nel mezzo della-mare
si trova il dolce
e si vive.
roba
che non ti si confà,
sostieni;
ma in me vedi
l’istinto del galleggiante
a impedirmi di affondare.
parola di Sacripante,
profeta e comare.
Adorata
gaia e serena
come una gatta sfamata
languida e svaccata
mi lecco i baffi.
Zeta
squillo a vuoto
dal fondo di un crepaccio
cucito in una tasca
all’altezza del sedere
.
nello scarto di tempo
ti immagino
arrovellarti la lingua
intorno a creste di erre
cauto o infastidito
trasognato e reale.
Déjà-vu
una persona passa
abita un luogo
qualcuno le s’intreccia
la perde
altrove un nuovo scenario
non accusa assenze
qui resta una casa
con una finestra muta
stesso indirizzo
nuovi inquilini
m’invento una vacanza
ansia di fuga
di nuovo mi rincorre.
Aprile
Pesto il selciato leggera, le gambe vuote, come nel corpo di un altro, in piedi a malapena. Forse barcollo, inoltrandomi in passaggi che l’occhio mi ritaglia nel campo visivo, confuso per il resto in un alone sfocato di macchie luminose: verde di foglie nuove, luce azzurra di mattino e grigio di ciottolato all’ombra, da poco passata l’alba.
Mi urta il rumore; mi isolo avvolta in cantilene di voce, ogni giorno un pezzo nuovo, cantato allo sfinimento. Percorro lo spazio fino alla soglia, il cuore in gola, perdendo nonchalance. Trovo un volto che non combacia con niente, svapora dalla memoria a tradimento, sottratto a ogni contesto. Mi coglie di sorpresa ogni mattina, spiazzato di rimando; si avviano pratiche di riconoscimento, confrontando i dati, sei tu, sono io.
Prendo posto in una nicchia, scostando porzioni d’aria accese di campanelli appesi in fila come un festone. Mi disintegro piano, docilmente, aggrappata a un cucchiaino, in un abbraccio che cede peso all’insonnia. Ascolto il fiato farsi condensa e precipitare lungo la gola, mischiandosi alla mia voce, indolenzita dal sonno. Prolungo l’esposizione per un tempo indefinito, sfilacciata, contenta. Mi tengo stretta questo aprile infinitamente mio.
Dicktator. Vite in balia di un cazzo
Trey! I’m tired of being married to your penis. I’m a person! And this is supposed to be a relationship! And I am done walking on eggshells. Ooooooo, don’t talk about moving in in front of the penis cause it might go soft. And, and the penis likes this and the penis doesn’t like that and the penis wants to be measured!
(Charlotte York in Sex And The City, stagione 4, episodio 52)
La pressione esercitata sui rapporti di coppia dalle ansie di prestazione che affliggono i maschi succubi del mito della penetrazione raggiunge spesso, diciamo la verità, limiti intollerabili. Nella misura in cui l’uomo si identifica con la sua verga, una minima défaillance rischia di innescare un vortice di dinamiche infelici che rendono ben presto il semplice fare sesso uno strazio infinito. Fino a che punto il pene e le sue prestazioni concorrono a definire l’identità maschile?
Con tutto quel che si può fare a letto al di là dello sbatacchiare il membro teso sulle pareti di pertugi anatomicamente compatibili, riesce difficile infatti convincersi che il succo della questione risieda nell’ansia di soddisfare le bramosie di piacere della gentil pulzella, che peraltro dispiace pensare impegnata ad arrovellarsi intorno allo stato del pene piuttosto che languidamente accartocciata, per dirne una, intorno alle fauci di un lui dedito alla pratica del cunniligus. Per di più, miliardi di lesbiche in tutto il mondo praticano con soddisfazione il sesso senza lagnarsi minimamente dell’assenza sulla scena di questo presunto protagonista, testimoniando come sia possibile, e anzi soddisfacente, liberarsi in un sol colpo della star e dei suoi capricci da diva.
“Ma un uomo senza pene non è un uomo!”, protesteranno i fondamentalisti del penismo; e possiamo star certi di contare fra questi anche un nutrito numero di donne, pronte a disperarsi dell’atto mancato al punto di buttar via, con l’organo incriminato, tutto quel che ci sta intorno. Ma vediamo più da vicino gli atti di accusa: che delitti si possono ascrivere a un pene rilassato e al suo portatore? In primo luogo, accidia: un pene che non si erige è un pene che non s’impegna, tanto più se tale comportamento è sporadico e si verifica specificamente in presenza di determinati soggetti e non di altri. Ancora più ampia è poi la gamma di crimini immaginari cui può condurre la diffusa pratica dell’interpretazione del comportamento del pene: “tu non ti erigi, segno che non mi desideri”; “tu non ti erigi, segno che non mi ami” e così via, attraverso le infinite implicazioni possibili di un’ermeneutica del cazzo.
Più spesso, però, l’ansia da prestazione penetrativa resta un fantasma latente che proietta la sua ombra sinistra sul rapporto anche quando, in effetti, la verga la sfanga dimostrandosi infine all’altezza delle aspettative. Perché la preoccupazione del risultato informa tutta la performance fino all’ottenimento dell’ambito trofeo, universalmente ravvisato nel rantolo prolungato, meglio se ululato, emesso da lei al raggiungimento del culmine orgasmico che segna il termine della sessione. La durata stessa della sessione è infatti definita dal raggiungimento dell’obiettivo; quando la verga si rianima si dice appunto che “si ricomincia”.
Bene, è ora di finirla con queste panzane e di rivedere alla radice i fondamenti di quest’etica fallocentrista. Personalmente, e parlo per me, sono stufa di buttare energie nell’esaltazione del pene e delle sue prestazioni; ché il pene, si sa, guadagna in autostima se gli si dice quant’è bello e quant’è duro; il pene ama sentir parlare di sé, esser lodato e imbrodato, frangersi con violenza sulle mucose e farsi strada per passaggi sempre più stretti e impervi; il pene si crede un esploratore dell’ignoto, un virtuoso del noto, un missionario del moto a luogo con destinazione punto G. Il pene ama e venera i prodotti del proprio lavoro, e si aspetta che essi vengano ugualmente apprezzati da fameliche buongustaie bramose di assaggiarne l’essenza spremuta; il pene si adombra se nel suo vagar di rabdomante non scova l’oro al primo colpo, e si ritrae offeso se non trova accoglienza adeguata in un picco d’ispirazione; e siccome è vendicativo, alla prima occasione ve la farà pagare, imponendovi barbosissime maratone all’insegna del virtuosismo tecnico, o al contrario offrendosi a chi sappia meglio apprezzarne la prorompente personalità.
Penetrazione è dominio: e infatti, tipicamente, l’uomo penista difende strenuamente le vie di accesso al suo unico orifizio, il baluardo giammai espugnato e inespugnabile della sua intimità più profonda e segreta, restando quindi completamente ignaro del variegato complesso di questioni e sensazioni suscitate dall’ospitalità viscerale, lui che avrà al massimo occasione di ospitare tra le proprie carni un by-pass aorto-coronarico in età avanzata, collocato tra tessuti privi di terminazioni nervose in condizioni di totale anestesia. Anche Charlotte invocava una ripassata epocale quando il marito insipido e rinunciatario le preferiva il tennis, refrattario a qualunque pratica esulasse dal placido pigiare di stantuffo ammesso dall’etichetta del suo nobile clan; ma appunto nel mandarlo a farsi fottere lei otteneva infine il risultato disperato, un sesso casual e genuino, divorato seduta stante e non piluccato a stento tra paturnie generate da ruoli mal compresi e peggio interpretati.
Uno sciopero generale dei peni: ecco l’evento davvero rivoluzionario che condurrebbe tutti quanti a rivedere le proprie posizioni (a cominciare da quelle del Kamasutra), costringendoci a rinegoziare i rapporti tra i sessi, emancipandoci dai vecchi e tristi cliché che dominano i nostri affari di letto allargandosi a macchia d’olio sulle relazioni. E avremmo finalmente il sogno, la chimera di sempre: un uomo autenticamente libero, affrancato dalle necessità biologiche, degno compagno di una donna resa chimicamente sterile dalla pillola anticoncezionale. Non il Viagra, ma l’impotenza è la nuova frontiera.
Strega
Guardo mio figlio di sbieco, quasi spiando
il suo sguardo assorto in qualcos’altro, cose del suo mondo
che conosco solo in parte.
I genitori sanno i figli come un pianista la tastiera;
comprenderne la musica è tutta un’altra storia.
Io sono quella che deve insegnare
e mi arrovello, cercando il modo
di esserti complice nei passi falsi,
una rete lenta, che si tenda fino al fondo
e ti riporti su.
Mi sono fatta
grande e spaventosa, per ricavarti un raggio
di azione indisturbata, ho fatto la voce grossa,
da leonessa, più che per me stessa;
quella che ti fa sobbalzare,
che mi fa temere.
Prima di dormire
mi scruti attentamente,
in fondo pensi
che anch’io potrei essere una strega.
E se lo sono
ti rendo un buon servizio, ti ho svelato il trucco
e stai dalla mia parte.
Sex Illustrated
In fact, I wanted nothing, and that’s precisely what I’d get, most of the time. My will was something I had no memory of, and the mysterious disappearance of which would be certified only later, to my great embarrassment. Yet, that temporary lack of purpose still allowed room for stubbornness, consisting mainly in trusting nobody and pretending I didn’t care.
When the doorbell rang at night I raised my head from my laptop screen and decided whether or not I was in. And when I wasn’t, I thought of that small portion of space between you and the entrance gate, filled by the warmth of your body leaning against it, in a closeness which was almost unattainable when you knew that I was watching.
I heard you climb the steps at an incoherent pace, and met you on the threshold, wrapped in a dark coat, asking for a blowjob the way a child would ask for candy. That made me laugh. It was the part I both liked and disliked the most. But I figured it would fit well into a narrative.
Lying in my single bed, you looked like a giant Saint Sebastian escaped from martyrdom to find some shelter in a hidden place, where nobody could have found you, with somebody no one knew – especially you. You used to expound a whole bunch of reasons for keeping your shirt on. Is this why I can’t remember the touch of your skin? Yet I have a tableau of bright recollections, of myself being lifted like a feather, unexpectedly, while pouring tea, then caught on the sofa, negotiating the ardour of a kiss, in a grey jersey dress apparently too provocative to be worn at the supermarket; and, going backwards, your theatrical pose on the library staircase, a phone conversation you were not supposed to listen to, a short car journey while I kept singing.
I never knew if I could hold you all, contain you all. Should I have tried? There was a lot of everything about you: big, dick, hair, mind, taste, even boredom, for all that shifting from one position to another, that jumping from bed to table, from table to sofa, from Miles Davis to PJ Harvey which constantly cut the tension into small nothings, bringing relief and exhaustion to a hunger feeding on itself. Do affinities unite? I desperately wished this to be true, a contradiction in terms blowing my philosophy and deceiveing my emotions. And I let you drop into a liquid present that I perceived as infinite, for that tricky sense of time of mine, which made me miss you whenever you were there.
Ora solare
Prima domenica d’autunno. Tutto il giorno a fare mente locale rincorrendo i minuti persi una stagione fa, per far posto a una vitalità solare e vacanziera che oggi ritorna nei ranghi imposti dallo zelo produttivo. Un espediente semplice e ingegnoso che per qualche mese ci ha resi tutti più felici, più socievoli, più sexy. Come è possibile che bastasse così poco?
Ventisei ottobre. Anniversario di nozze fotografate al risparmio, immagini di immagini che perdono chiarezza, buone per quattro chiacchiere fra amiche a farsi le pulci all’abito e ai capelli. Anche a voler cercare un contatto si replicano gesti e frasi già sprecate, e il dolore perde consistenza, riducendosi a scocciatura. Dove non arrivano pudore e buonsenso, è la noia che riesce infine a contenere i danni. La stanchezza trionfa sulla virtù offesa. “Basta che ci schiodiamo, ché ho delle cose da fare.”
Pensavo che la cosa fosse di grande interesse almeno per qualcuno. Ma è ovvio che la misura del trauma non sta nella tristezza. Forse nel logorio dei nervi, e poi, più avanti, in garbugli relazionali da imputare a fattori ancora ampiamente incrementabili, fosse anche solo per confondere un po’ le acque e diluire le responsabilità personali nel variegato calderone delle esperienze di vita.
Momenti che di definitivo hanno ben poco, presenti passeggeri che qualcuno ci rimprovera di aver voluto sottrarre all’usura, in un frettoloso sovrapporre sacramenti a contratti laici che alimenta una confusione insana in giovani e meno giovani. Convenzioni legali da sciogliere quando l’accordo viene meno. Con un po’ di nostalgia per l’estate che è già finita.