Cinema

7 Novembre 2009 - Leave a Response

Mi faccio un corpo

immaginario

caldo come te

 

Un paio di mani

uguali

per toccarlo

 

La memoria

sente

più forte

 

È un fossile

d’oro

la tua impronta

Poco

21 Settembre 2009 - Leave a Response

ho la bocca piena

di noccioli di ciliegia

uno per ogni domanda.

mi spacco mandibola e denti

per grattare un po’ di polpa

e tutto quel che succhio

è stanchezza.

pensavo

di schiacciare un sonnellino

ma appena mi addormento

mi svegliano i sogni.

Blog, sister, blog!

19 Agosto 2009 - Leave a Response

Quella svampita della mia amica Bella, ha fatto un blog pure lei.

Appunti per un film di fantascienza

29 Giugno 2009 - Leave a Response

Soggetto: io che corro dietro a un uomo.

L’istinto del galleggiante

19 Giugno 2009 - 6 Responses

hai letto da qualche parte
dell’accettare, non lottare
e farsi portare
ché lì dentro, nel mezzo della-mare
si trova il dolce
e si vive.
roba
che non ti si confà,
sostieni;
ma in me vedi
l’istinto del galleggiante
a impedirmi di affondare.
parola di Sacripante,
profeta e comare.

Adorata

18 Giugno 2009 - One Response

gaia e serena
come una gatta sfamata
languida e svaccata
mi lecco i baffi.

Zeta

4 Giugno 2009 - Leave a Response

squillo a vuoto
dal fondo di un crepaccio
cucito in una tasca
all’altezza del sedere
.
nello scarto di tempo
ti immagino
arrovellarti la lingua
intorno a creste di erre
cauto o infastidito
trasognato e reale.

Déjà-vu

25 Maggio 2009 - Leave a Response

una persona passa
abita un luogo
qualcuno le s’intreccia
la perde
altrove un nuovo scenario
non accusa assenze
qui resta una casa
con una finestra muta
stesso indirizzo
nuovi inquilini
m’invento una vacanza
ansia di fuga
di nuovo mi rincorre.

Aprile

18 Maggio 2009 - Leave a Response

Pesto il selciato leggera, le gambe vuote, come nel corpo di un altro, in piedi a malapena. Forse barcollo, inoltrandomi in passaggi che l’occhio mi ritaglia nel campo visivo, confuso per il resto in un alone sfocato di macchie luminose: verde di foglie nuove, luce azzurra di mattino e grigio di ciottolato all’ombra, da poco passata l’alba.

Mi urta il rumore; mi isolo avvolta in cantilene di voce, ogni giorno un pezzo nuovo, cantato allo sfinimento. Percorro lo spazio fino alla soglia, il cuore in gola, perdendo nonchalance. Trovo un volto che non combacia con niente, svapora dalla memoria a tradimento, sottratto a ogni contesto. Mi coglie di sorpresa ogni mattina, spiazzato di rimando; si avviano pratiche di riconoscimento, confrontando i dati, sei tu, sono io.

Prendo posto in una nicchia, scostando porzioni d’aria accese di campanelli, appesi in fila come un festone. Mi disintegro piano, docilmente, aggrappata a un cucchiaino, in un abbraccio che cede peso all’insonnia. Ascolto il fiato farsi condensa e precipitare lungo la gola, mischiandosi alla mia voce, indolenzita dal sonno. Prolungo l’esposizione per un tempo indefinito, sfilacciata, contenta. Mi tengo stretta questo aprile infinitamente mio.

Dicktator. Vite in balia di un cazzo

4 Gennaio 2009 - 3 Responses

Trey! I’m tired of being married to your penis. I’m a person! And this is supposed to be a relationship! And I am done walking on eggshells. Ooooooo, don’t talk about moving in in front of the penis cause it might go soft. And, and the penis likes this and the penis doesn’t like that and the penis wants to be measured!

(Charlotte York in Sex And The City, stagione 4, episodio 52)

La pressione esercitata sui rapporti di coppia dalle ansie di prestazione che affliggono i maschi succubi del mito della penetrazione raggiunge spesso, diciamo la verità, limiti intollerabili. Nella misura in cui l’uomo si identifica con la sua verga, una minima défaillance rischia di innescare un vortice di dinamiche infelici che rendono ben presto il semplice fare sesso uno strazio infinito. Fino a che punto il pene e le sue prestazioni concorrono a definire l’identità maschile?
Con tutto quel che si può fare a letto al di là dello sbatacchiare il membro teso sulle pareti di pertugi anatomicamente compatibili, riesce difficile infatti convincersi che il succo della questione risieda nell’ansia di soddisfare le bramosie di piacere della gentil pulzella, che peraltro dispiace pensare impegnata ad arrovellarsi intorno allo stato del pene piuttosto che languidamente accartocciata, per dirne una, intorno alle fauci di un lui dedito alla pratica del cunniligus. Per di più, miliardi di lesbiche in tutto il mondo praticano con soddisfazione il sesso senza lagnarsi minimamente dell’assenza sulla scena di questo presunto protagonista, testimoniando come sia possibile, e anzi soddisfacente, liberarsi in un sol colpo della star e dei suoi capricci da diva.
“Ma un uomo senza pene non è un uomo!”, protesteranno i fondamentalisti del penismo; e possiamo star certi di contare fra questi anche un nutrito numero di donne, pronte a disperarsi dell’atto mancato al punto di buttar via, con l’organo incriminato, tutto quel che ci sta intorno. Ma vediamo più da vicino gli atti di accusa: che delitti si possono ascrivere a un pene rilassato e al suo portatore? In primo luogo, accidia: un pene che non si erige è un pene che non s’impegna, tanto più se tale comportamento è sporadico e si verifica specificamente in presenza di determinati soggetti  e non di altri. Ancora più ampia è poi la gamma di crimini immaginari cui può condurre la diffusa pratica dell’interpretazione del comportamento del pene: “tu non ti erigi, segno che non mi desideri”; “tu non ti erigi, segno che non mi ami” e così via, attraverso le infinite implicazioni possibili di un’ermeneutica del cazzo.
Più spesso, però, l’ansia da prestazione penetrativa resta un fantasma latente che proietta la sua ombra sinistra sul rapporto anche quando, in effetti, la verga la sfanga dimostrandosi infine all’altezza delle aspettative. Perché la preoccupazione del risultato informa tutta la performance fino all’ottenimento dell’ambito trofeo, universalmente ravvisato nel rantolo prolungato, meglio se ululato, emesso da lei al raggiungimento del culmine orgasmico che segna il termine della sessione. La durata stessa della sessione è infatti definita dal raggiungimento dell’obiettivo; quando la verga si rianima si dice appunto che “si ricomincia”.
Bene, è ora di finirla con queste panzane e di rivedere alla radice i fondamenti di quest’etica fallocentrista. Personalmente, e parlo per me, sono stufa di buttare energie nell’esaltazione del pene e delle sue prestazioni; ché il pene, si sa, guadagna in autostima se gli si dice quant’è bello e quant’è duro; il pene ama sentir parlare di sé, esser lodato e imbrodato, frangersi con violenza sulle mucose e farsi strada per passaggi sempre più stretti e impervi; il pene si crede un esploratore dell’ignoto, un virtuoso del noto, un missionario del moto a luogo con destinazione punto G. Il pene ama e venera i prodotti del proprio lavoro, e si aspetta che essi vengano ugualmente apprezzati da fameliche buongustaie bramose di assaggiarne l’essenza spremuta; il pene si adombra se nel suo vagar di rabdomante non scova l’oro al primo colpo, e si ritrae offeso se non trova accoglienza adeguata in un picco d’ispirazione; e siccome è vendicativo, alla prima occasione ve la farà pagare, imponendovi barbosissime maratone all’insegna del virtuosismo tecnico, o al contrario offrendosi a chi sappia meglio apprezzarne la prorompente personalità.

Penetrazione è dominio: e infatti, tipicamente,  l’uomo penista difende strenuamente le vie di accesso al suo unico orifizio, il baluardo giammai espugnato e inespugnabile della sua intimità più profonda e segreta, restando quindi completamente ignaro del variegato complesso di questioni e sensazioni suscitate dall’ospitalità viscerale, lui che avrà al massimo occasione di ospitare tra le proprie carni un by-pass aorto-coronarico in età avanzata, collocato tra tessuti privi di terminazioni nervose in condizioni di totale anestesia. Anche Charlotte invocava una ripassata epocale quando il marito insipido e rinunciatario le preferiva il tennis, refrattario a qualunque pratica esulasse dal placido pigiare di stantuffo ammesso dall’etichetta del suo nobile clan; ma appunto nel mandarlo a farsi fottere lei otteneva infine il risultato disperato, un sesso casual e genuino, divorato seduta stante e non piluccato a stento tra paturnie generate da ruoli mal compresi e peggio interpretati.

Uno sciopero generale dei peni: ecco l’evento davvero rivoluzionario che condurrebbe tutti quanti a rivedere le proprie posizioni (a cominciare da quelle del Kamasutra), costringendoci a rinegoziare i rapporti tra i sessi, emancipandoci dai vecchi e tristi cliché che dominano i nostri affari di letto allargandosi a macchia d’olio sulle relazioni. E avremmo finalmente il sogno, la chimera di sempre: un uomo autenticamente  libero, affrancato dalle necessità biologiche, degno compagno di una donna resa chimicamente sterile dalla pillola anticoncezionale. Non il Viagra, ma l’impotenza è la nuova frontiera.