Curriculum curriculi curricolo, curriculum curriculum curriculo.
Curricula curriculorum curriculis, curricula curricula curriculis.
Per completezza.
E anzi, ora che ci penso, tanto varrebbe inserire i miei studi di latino del liceo nel curriculum vitae, alla voce “competenze linguistiche morte”, giacché la mancanza di esercizio si fa sentire e, quando arrivo all’agenzia per il colloquio, anche vedior sembra un verbo latino: vedior, vederis, veditus sum, vedi. Sicuramente gli altri ce lo scrivono, nel cv, che hanno fatto latino, anche se poi magari mica prendevano nove nelle versioni, come me; e così mi fregano tutti i miei lavori. Ché qui non siamo mica in Svizzera, dove al cv devi obbligatoriamente allegare anche le pagelle dall’asilo alla maturità, tanto che la mia amica Gaia, per diventare maestra a Lugano, ha dovuto fare diverse immersioni speleologiche in cantina per recuperarle tutte.
Ad ogni modo, all’ultimo colloquio mi sono presentata con una nuova consapevolezza. Dopo essermi posta per anni una domanda fondamentale: come fa, quello che vi fa il colloquio, a capire se è vero che parlate un inglese (tralasciando le altre lingue del globo, queste sconosciute) eccellente come avete giurato nel curriculum, se lui stesso di inglese non ne sa un tubo, e voi ve ne siete accorti subito sulla scorta delle domande idiote che vi pone per scoprirlo?
I signori delle agenzie, o anche gli addetti al recruiting all’interno delle aziende, hanno una grave preoccupazione: cosa dire al loro cliente (o al loro capo) per convincerlo che sapete l’inglese, e che quindi la loro scelta di proporre voi è oculata. A questa esigenza supplisce in ampia misura il mito della full immersion, secondo il quale, se tu vai in Inghilterra o negli Stati Uniti e ci resti un tot, impari automaticamente a parlare inglese, indipendentemente dal fatto che tu vada per studiare o meno. E’ proprio una questione di ius soli, ci metti piede e – ta-dah! – iuspichinglisc. E, del resto, mica puoi scrivere nel curriculum che hai avuto diciotto relazioni a distanza con persone di dieci paesi diversi con le quali passavi le notti al telefono a mugolare in britannico, o che nel tempo libero stavi alla scrivania a tirare giù i testi delle band indie rock o a ripassare lo SVOMPT, che fa tanto Smiths “spending warm summer days indoors writing frightening verse to a buck-toothed girl in Luxembourg“. Faresti la figura dello sfigato, un tratto che qualsiasi vademecum suggerisce di non amplificare, ma che tuttavia, a ben vedere, non mi pare del tutto sgradito in un candidato. E anzi, farebbero bene a dirci una volta per tutte se davvero ci vogliono sicuri e vincenti come danno a intendere, o se tutto sommato non preferiscano gente tranquilla e senza grilli per la testa, piuttosto che dei rompiballe con tutte le carte in regola per fare le scarpe ai propri superiori.
Dicevamo, la nuova consapevolezza. Ebbene, la mossa strategica, la prova del nove delle abilità linguistiche del candidato, sta nel dirsi disposti ad affrontare un colloquio in lingua straniera. A questo punto il recruiter si rilasserà adagiandosi languidamente allo schienale della poltrona, col sorriso compiaciuto di chi ha trovato finalmente la perla rara nascosta tra le patacche. Poi, comunque, questo colloquio non arriverà mai; almeno, a me non è mai capitato di sostenerne uno. E in previsione di tanta eventualità sono già qui a chiedermi come comportarmi nel caso il manager di turno, nel corso dell’intervista, sbagli i tempi dei verbi e i genitivi sassoni; se faccia miglior gioco andar giù di saccenza, o mantenere un basso profilo.
Ora però non è che dobbiate approfittare di questa mia soffiata e farmi concorrenza sulla piazza, magari bluffando. Anche perché la piazza si affolla di giorno in giorno, e stanno per atterrarvi (accompagnati dal mio caloroso benvenuto) anche altri miei colleghi rimasti sulla graticola per diversi anni a forza di contratti co.co.co. e co.co.pro. Sarà meglio quindi che mi affretti ad annotare nel prezioso documento anche le mie nuove conoscenze in merito a blogging, tumblelogging, microblogging, feed e Web 2.0 in generale. Cose che a volte impressionano positivamente, e che a volte invece è meglio omettere perché potrebbero contribuire a dare di voi la spiacevole immagine cazzona di persona incline a smanettare sul blog in orario di lavoro. Si tratta insomma di tagliare e aggiustare all’occorrenza: occultare i frilli artistici per l’aziendona che vi vuole efficienti e coi piedi per terra, raccoglierle invece in un book patinato per l’agenzia di comunicazione in cerca di spiriti creativi. Col risultato che ogni tanto, tra un tagliaincolla e l’altro, ho fatto viaggiare per il web versioni monche di me stessa, nelle quali la sudata laurea, ottenuta finalmente a un’età veneranda dopo vicissitudini epiche, anziché rifulgere nello splendore dei pieni voti era stata decurtata da un clic maldestro.
Pazienza. Propenderò d’ora in poi per uno stile casual e randomizzato, improntato al nobile e antico gioco della roulette e allo stato metereopatico del giorno. E sono quasi certa che quando deciderò di indossare di nuovo lo smalto blu scuro, quello che fa tossica marcia in qualsiasi circostanza eccetto che nei servizi pubblicitari di Valentino, quello che nemmeno il trapano del dentista riuscirebbe a togliere definitivamente, sarà proprio allora che il telefono prenderà a vibrare convulsamente attirandomi appuntamenti con distintissimi direttori che abbisognano di una segretaria in doppiopetto grigio e dall’aspetto serio e impeccabile.
Cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.
(Wisława Szymborska, “Scrivere un curriculum”,
da Vista con granello di sabbia)
. . . .
E mettilo allora, quello smalto…
E quando ti arrivano le telefonate a raffica, fai vedere al direttore di turno quanto ti è venuto liscio e brillante sull’unghia del dito medio! :)))))
E poi parte la sigla e i titoli di coda….
;)