Prima domenica d’autunno. Tutto il giorno a fare mente locale rincorrendo i minuti persi una stagione fa, per far posto a una vitalità solare e vacanziera che oggi ritorna nei ranghi imposti dallo zelo produttivo. Un espediente semplice e ingegnoso che per qualche mese ci ha resi tutti più felici, più socievoli, più sexy. Come è possibile che bastasse così poco?
Ventisei ottobre. Anniversario di nozze fotografate al risparmio, immagini di immagini che perdono chiarezza, buone per quattro chiacchiere fra amiche a farsi le pulci all’abito e ai capelli. Anche a voler cercare un contatto si replicano gesti e frasi già sprecate, e il dolore perde consistenza, riducendosi a scocciatura. Dove non arrivano pudore e buonsenso, è la noia che riesce infine a contenere i danni. La stanchezza trionfa sulla virtù offesa. “Basta che ci schiodiamo, ché ho delle cose da fare.”
Pensavo che la cosa fosse di grande interesse almeno per qualcuno. Ma è ovvio che la misura del trauma non sta nella tristezza. Forse nel logorio dei nervi, e poi, più avanti, in garbugli relazionali da imputare a fattori ancora ampiamente incrementabili, fosse anche solo per confondere un po’ le acque e diluire le responsabilità personali nel variegato calderone delle esperienze di vita.
Momenti che di definitivo hanno ben poco, presenti passeggeri che qualcuno ci rimprovera di aver voluto sottrarre all’usura, in un frettoloso sovrapporre sacramenti a contratti laici che alimenta una confusione insana in giovani e meno giovani. Convenzioni legali da sciogliere quando l’accordo viene meno. Con un po’ di nostalgia per l’estate che è già finita.