Pesto il selciato leggera, le gambe vuote, come nel corpo di un altro, in piedi a malapena. Forse barcollo, inoltrandomi in passaggi che l’occhio mi ritaglia nel campo visivo, confuso per il resto in un alone sfocato di macchie luminose: verde di foglie nuove, luce azzurra di mattino e grigio di ciottolato all’ombra, da poco passata l’alba.
Mi urta il rumore; mi isolo avvolta in cantilene di voce, ogni giorno un pezzo nuovo, cantato allo sfinimento. Percorro lo spazio fino alla soglia, il cuore in gola, perdendo nonchalance. Trovo un volto che non combacia con niente, svapora dalla memoria a tradimento, sottratto a ogni contesto. Mi coglie di sorpresa ogni mattina, spiazzato di rimando; si avviano pratiche di riconoscimento, confrontando i dati, sei tu, sono io.
Prendo posto in una nicchia, scostando porzioni d’aria accese di campanelli, appesi in fila come un festone. Mi disintegro piano, docilmente, aggrappata a un cucchiaino, in un abbraccio che cede peso all’insonnia. Ascolto il fiato farsi condensa e precipitare lungo la gola, mischiandosi alla mia voce, indolenzita dal sonno. Prolungo l’esposizione per un tempo indefinito, sfilacciata, contenta. Mi tengo stretta questo aprile infinitamente mio.