Strega

20 Dicembre 2008 - One Response

Guardo mio figlio di sbieco, quasi spiando

il suo sguardo assorto in qualcos’altro, cose del suo mondo

che conosco solo in parte.

I genitori sanno i figli come un pianista la tastiera;

comprenderne la musica è tutta un’altra storia.

Io sono quella che deve insegnare

e mi arrovello, cercando il modo

di esserti complice nei passi falsi,

una rete lenta, che si tenda fino al fondo

e ti riporti su.

Mi sono fatta

grande e spaventosa, per ricavarti un raggio

di azione indisturbata, ho fatto la voce grossa,

da leonessa, più che per me stessa;

quella che ti fa sobbalzare,

che mi fa temere.

Prima di dormire

mi scruti attentamente,

in fondo pensi

che anch’io potrei essere una strega.

E se lo sono

ti rendo un buon servizio, ti ho svelato il trucco

e stai dalla mia parte.

Sex Illustrated

20 Novembre 2008 - Leave a Response

In fact, I wanted nothing, and that’s precisely what I’d get, most of the time. My will was something I had no memory of, and the mysterious disappearance of which would be certified only later, to my great embarrassment. Yet, that temporary lack of purpose still allowed room for stubbornness, consisting mainly in trusting nobody and pretending I didn’t care.

When the doorbell rang at night I raised my head from my laptop screen and decided whether or not I was in. And when I wasn’t, I thought of that small portion of space between you and the entrance gate, filled by the warmth of your body leaning against it, in a closeness which was almost unattainable when you knew that I was watching.

I heard you climb the steps at an incoherent pace, and met you on the threshold, wrapped in a dark coat, asking for a blowjob the way a child would ask for candy. That made me laugh. It was the part I both liked and disliked the most. But I figured it would fit well into a narrative.

Lying in my single bed, you looked like a giant Saint Sebastian escaped from martyrdom to find some shelter in a hidden place, where nobody could have found you, with somebody no one knew – especially you. You used to expound a whole bunch of reasons for keeping your shirt on. Is this why I can’t remember the touch of your skin? Yet I have a tableau of bright recollections, of myself being lifted like a feather, unexpectedly, while pouring tea, then caught on the sofa, negotiating the ardour of a kiss, in a grey jersey dress apparently too provocative to be worn at the supermarket; and, going backwards, your theatrical pose on the library staircase, a phone conversation you were not supposed to listen to, a short car journey while I kept singing.

I never knew if I could hold you all, contain you all. Should I have tried? There was a lot of everything about you: big, dick, hair, mind, taste, even boredom, for all that shifting from one position to another, that jumping from bed to table, from  table to sofa, from Miles Davis to PJ Harvey which constantly cut the tension into small nothings, bringing relief and exhaustion to a hunger feeding on itself. Do affinities unite? I desperately wished this to be true, a contradiction in terms blowing my philosophy and deceiveing my emotions. And I let you drop into a liquid present that I perceived as infinite, for that tricky sense of time of mine, which made me miss you whenever you were there.

Ora solare

27 Ottobre 2008 - Leave a Response

Prima domenica d’autunno. Tutto il giorno a fare mente locale rincorrendo i minuti persi una stagione fa, per far posto a una vitalità solare e vacanziera che oggi ritorna nei ranghi imposti dallo zelo produttivo. Un espediente semplice e ingegnoso che per qualche mese ci ha resi tutti più felici, più socievoli, più sexy. Come è possibile che bastasse così poco?

Ventisei ottobre. Anniversario di nozze fotografate al risparmio, immagini di immagini che perdono chiarezza, buone per quattro chiacchiere fra amiche a farsi le pulci all’abito e ai capelli. Anche a voler cercare un contatto si replicano gesti e frasi già sprecate, e il dolore perde consistenza, riducendosi a scocciatura. Dove non arrivano pudore e buonsenso, è la noia che riesce infine a contenere i danni. La stanchezza trionfa sulla virtù offesa. “Basta che ci schiodiamo, ché ho delle cose da fare.”

Pensavo che la cosa fosse di grande interesse almeno per qualcuno. Ma è ovvio che la misura del trauma non sta nella tristezza. Forse nel logorio dei nervi, e poi, più avanti, in garbugli relazionali da imputare a fattori ancora ampiamente incrementabili, fosse anche solo per confondere un po’ le acque e diluire le responsabilità personali nel variegato calderone delle esperienze di vita.

Momenti che di definitivo hanno ben poco, presenti passeggeri che qualcuno ci rimprovera di aver voluto sottrarre all’usura, in un frettoloso sovrapporre sacramenti a contratti laici che alimenta una confusione insana in giovani e meno giovani. Convenzioni legali da sciogliere quando l’accordo viene meno. Con un po’ di nostalgia per l’estate che è già finita.

Saverio

10 Ottobre 2008 - 5 Responses

Anni fa, in uno di quei picchi di irrisolutezza della mia vita contraddistinti da un vago farefare direzionato unicamente dalla libido e da una generica insofferenza, seguii un corso di scrittura. Scrittura creativa, insomma, narrativa. Ci si vedeva al pomeriggio, in piena estate, al Parco dei Pini, dove io arrivavo sudatissima in bicicletta da casa dei miei a Corticella, dopo tre quarti d’ora di pedalata, e Stefano Tassinari ci illustrava i generi letterari impartendoci esercizi di stile e aprendoci squarci rivelatori sull’editoria, il backstage del libro e la complessa vita dello scrittore di professione.

C’erano un barista, una decoratrice, impiegati, studenti, umanità varia. Saverio era un operaio trentenne della provincia con una scrittura di una forza eccezionale, incisiva, evocativa, spietata. Aveva una corporatura minuta che pareva un fascio di nervi, un cervello che girava a mille e un curriculum da perfetto antieroe. Scriveva con regolarità, nel tempo libero dal lavoro e dall’altra sua ossessione testarda, la corsa.

Saverio ha continuato a riempire pagine, che sono state lette, amate e diffuse da colleghi già affermati. Ha sfornato, oltre al resto, tre romanzi, di cui l’ultimo, che sto ancora leggendo, ha tutta l’aria di essere un libro perfetto. Ed è così bello da essere riuscito a mettersi in mostra spingendosi fuori dalla fila indistinta di volumi dello scaffale di Feltrinelli, alla lettera F, come Fattori: Saverio Fattori.

Acido lattico è un libro che non troverete pubblicizzato sui media nazionali, perché non è edito da un colosso dell’editoria. Il tour delle presentazioni prevede una ricca agenda di appuntamenti su tutto il territorio nazionale, ma è soprattutto tramite il web che il tamtam dei lettori, spesso illustri e soprattutto esigenti, alimenta la voglia di conoscere questo scrittore.

La gente che legge, che la sera a letto allunga la mano su un comodino ingombro di volumi, o che viaggia sui mezzi pubblici col naso dentro alle pagine di un libro, spesso si scambia consigli sulle prossime letture. Perché ha imparato che la classifica dei più venduti non è affatto una garanzia. Questa non è una recensione (del resto ne è piena la Rete), né un elogio rivolto ad un amico, ma un rigurgito di entusiasmo per una scrittura che diventa sempre più bella, articolata e piena. Scrivere è difficile, e Saverio lo sa fare benissimo. Sa Dio dove abbia imparato.

Seregni Claudio cerca un pensiero pulito. Deve concentrarsi su numeri, prestazioni cronometriche da raggiungere, le date delle prossime gare. Le immagini che scorrono dal finestrino dell’autobus danno disagio. Lavavetri, mendicanti, storpi, tossici. Sgradevoli, come i ragazzi con nuovi standard di abbigliamento sinistroide, le teste di cazzo di Genova. Quelli che hanno dato fuoco alle concessionarie di auto, quelli che si sono abbandonati a devastazioni per un’idea inquinata di giustizia sociale. Per lui ammazzarne uno è stato poco.

Saverio Fattori, Acido lattico, Gaffi Editore, Roma, 2008.

Appunti per un serial/2: Il Santo

30 Settembre 2008 - 2 Responses

Quando il Santo decise che era ora venire al mondo era mattina presto, e sua madre dormiva nella penombra verdognola dell’alba d’estate, tra lenzuola sudaticce. Il giorno era quello in cui, secondo i calcoli effettuati sulla base di raffinati strumenti matematici, le congiunzioni astrali si sarebbero articolate nel giusto assetto per fornire al nascituro un adeguato tema natale. Nel tentativo di opporre una resistenza narcotica ai dolori che prendevano forma nel suo utero, simili a quelli di una gigantesca mestruazione, la Donna Senza Abitudini percorreva, tra fantasia e sogno, le immagini di quella che stava per diventare una delle giornate più memorabili della sua vita.

Immaginava di dare alla luce il Santo accovacciata in qualche anfratto di foresta, tra petali e frasche, emettendo gutturali versi di compiacimento solitario, come un animale. O come pensava che partorissero gli animali nella foresta, ché di fatto non lo sapeva. Sporgendosi dal letto infilò nel lettore un cd di cori tribali, che le pareva fossero il naturale completamento delle sue fantasie, e cominciò a contare mentalmente i secondi che separavano una contrazione dall’altra.

Nel corso degli ultimi nove mesi, il suo corpo si era trasformato secondo le esigenze dettate dal feto. La madre aveva la sensazione che quella creatura che stava per nascere si fosse formata da sé, e che la minuscola iniziativa che aveva dato l’avvio a tutto il processo di formazione e crescita fosse stata un contributo del tutto irrisorio rispetto alla potenza con la quale poi si era dispiegato. Membrane e tessuti, organi e denti, ciglia, peli, capelli e ossa si erano costituiti per conto loro, attingendo con grazia alle risorse del suo corpo, senza infliggergli nessuna sofferenza. Lei gli era grata per questo. A volte, durante la gravidanza, aveva constatato atterrita di non avere alcuna reale possibilità di fuga da quella creazione che stava prendendo forma dentro di lei. Sarebbe stato come fuggire da sé stessa, una possibilità praticabile quanto un’amputazione, qualcosa di inconcepibile, incompatibile con qualunque istinto di autopreservazione. Questa scoperta aveva costituito il primo nucleo del suo pensiero sulle differenze fra i sessi. Ecco cosa significava essere donna: non potere fare a meno di esserci. Con tutto ciò che ne conseguiva.

Nel giro di un paio d’ore i rilevamenti assunsero una consistenza più scientifica, grazie all’allestimento di una postazione telematica sulla quale il padre annotava pedissequamente gli intervalli di tempo fra le contrazioni, insieme a descrizioni cronachistiche delle posizioni assunte via via dalla gestante. Un modo come un altro per sentirsi partecipe di ciò che stava accadendo.

Il travaglio non è necessariamente un’esperienza dolorosa. La madre e il bambino riuscivano a trovare un accordo compatibile con il bisogno di lei di riposarsi di tanto in tanto. Stendendosi su un fianco riusciva ad allentare l’intensità delle sensazioni e a rallentare il ritmo della corsa verso la nascita. Voleva godersi gli ultimi momenti di questa intimità corporea con suo figlio, prima che lui incominciasse a vivere da sé. Non erano mai stati una cosa sola, questo lui glielo aveva fatto capire chiaramente, vivendo la sua esistenza di embrione e di feto con un’energia tutta sua, che non aveva nulla a che fare con la lentezza pigra e incoerente di sua madre. Avrebbe avuto bisogni e desideri, e poi anche pensieri, diversi da quelli di lei. Avrebbe avuto delle abitudini, che lei era determinata ad inventarsi, per potergliele dare.

La dilatazione era già completa quando si decisero a chiamare l’ostetrica. Un ferro da calza spianò la via al piccolo in uno scroscio di liquido amniotico. La radio trasmetteva Jannacci e intorno a loro non c’era altro rumore che i lamenti urlati di lei. Con una spinta che sembrò smontarle le giunture il Santo si fece strada tra le sue gambe, atterrando con un salto improvviso su un lenzuolo candido. Si prese il tempo di respirare, con un vagito mite, appena udibile. Doveva essere molto stanco. Nei suoi occhi sua madre trovò una punta di timidezza. Si presentò, e se lo mise nel letto. E mentre lui si addormentava, capì che una madre resta per sempre in stato di veglia.

Curriculum Vitae

23 Settembre 2008 - One Response

Curriculum curriculi curricolo, curriculum curriculum curriculo.

Curricula curriculorum curriculis, curricula curricula curriculis.

Per completezza.

E anzi, ora che ci penso, tanto varrebbe inserire i miei studi di latino del liceo nel curriculum vitae, alla voce “competenze linguistiche morte”, giacché la mancanza di esercizio si fa sentire e, quando arrivo all’agenzia per il colloquio, anche vedior sembra un verbo latino: vedior, vederis, veditus sum, vedi. Sicuramente gli altri ce lo scrivono, nel cv, che hanno fatto latino, anche se poi magari mica prendevano nove nelle versioni, come me; e così mi fregano tutti i miei lavori.  Ché qui non siamo mica in Svizzera, dove al cv devi obbligatoriamente allegare anche le pagelle dall’asilo alla maturità, tanto che la mia amica Gaia, per diventare maestra a Lugano,  ha dovuto fare diverse immersioni speleologiche in cantina per recuperarle tutte.

Ad ogni modo, all’ultimo colloquio mi sono presentata con una nuova consapevolezza. Dopo essermi posta per anni una domanda fondamentale: come fa, quello che vi fa il colloquio, a capire se è vero che parlate un inglese (tralasciando le altre lingue del globo, queste sconosciute) eccellente come avete giurato nel curriculum, se lui stesso di inglese non ne sa un tubo, e voi ve ne siete accorti subito sulla scorta delle domande idiote che vi pone per scoprirlo?

I signori delle agenzie, o anche gli addetti al recruiting all’interno delle aziende,  hanno una grave preoccupazione: cosa dire al loro cliente (o al loro capo) per convincerlo che sapete l’inglese, e che quindi la loro scelta di proporre voi è oculata. A questa esigenza supplisce in ampia misura il mito della full immersion, secondo il quale, se tu vai in Inghilterra o negli Stati Uniti e ci resti un tot, impari automaticamente a parlare inglese, indipendentemente dal fatto che tu vada per studiare o meno. E’ proprio una questione di ius soli, ci metti piede e – ta-dah! – iuspichinglisc. E, del resto, mica puoi scrivere nel curriculum che hai avuto diciotto relazioni a distanza con persone di dieci paesi diversi con le quali passavi le notti al telefono a mugolare in britannico, o che nel tempo libero stavi alla scrivania a tirare giù i testi delle band indie rock o a ripassare lo SVOMPT, che fa tanto Smiths “spending warm summer days indoors writing frightening verse to a buck-toothed girl in Luxembourg“. Faresti la figura dello sfigato, un tratto che qualsiasi vademecum suggerisce di non amplificare, ma che tuttavia, a ben vedere, non mi pare del tutto sgradito in un candidato. E anzi, farebbero bene a dirci una volta per tutte se davvero ci vogliono sicuri e vincenti come danno a intendere, o se tutto sommato non preferiscano gente tranquilla e senza grilli per la testa, piuttosto che dei rompiballe con tutte le carte in regola per fare le scarpe ai propri superiori.

Dicevamo, la nuova consapevolezza. Ebbene, la mossa strategica, la prova del nove delle abilità linguistiche del candidato, sta nel dirsi disposti ad affrontare un colloquio in lingua straniera. A questo punto il recruiter si rilasserà adagiandosi languidamente allo schienale della poltrona, col sorriso compiaciuto di chi ha trovato finalmente la perla rara nascosta tra le patacche. Poi, comunque, questo colloquio non arriverà mai; almeno, a me non è mai capitato di sostenerne uno. E in previsione di tanta eventualità sono già qui a chiedermi come comportarmi nel caso il manager di turno, nel corso dell’intervista, sbagli i tempi dei verbi e i genitivi sassoni; se faccia miglior gioco andar giù di saccenza, o mantenere un basso profilo.

Ora però non è che dobbiate approfittare di questa mia soffiata e farmi concorrenza sulla piazza, magari bluffando. Anche perché la piazza si affolla di giorno in giorno, e stanno per atterrarvi (accompagnati dal mio caloroso benvenuto) anche altri miei colleghi rimasti sulla graticola per diversi anni a forza di contratti co.co.co. e co.co.pro. Sarà meglio quindi che mi affretti ad annotare nel prezioso documento anche le mie nuove conoscenze in merito a blogging, tumblelogging, microblogging, feed e Web 2.0 in generale. Cose che a volte impressionano positivamente, e che a volte invece è meglio omettere perché potrebbero contribuire a dare di voi la spiacevole immagine cazzona di persona incline a smanettare sul blog in orario di lavoro. Si tratta insomma di tagliare e aggiustare all’occorrenza: occultare i frilli artistici per l’aziendona che vi vuole efficienti e coi piedi per terra, raccoglierle invece in un book patinato per l’agenzia di comunicazione in cerca di spiriti creativi. Col risultato che ogni tanto, tra un tagliaincolla e l’altro, ho fatto viaggiare per il web versioni monche di me stessa, nelle quali la sudata laurea, ottenuta finalmente a un’età veneranda dopo vicissitudini epiche, anziché rifulgere nello splendore dei pieni voti era stata decurtata da un clic maldestro.

Pazienza. Propenderò d’ora in poi per uno stile casual e randomizzato, improntato al nobile e antico gioco della roulette e allo stato metereopatico del giorno. E sono quasi certa che quando deciderò di indossare di nuovo lo smalto blu scuro, quello che fa tossica marcia in qualsiasi circostanza eccetto che nei servizi pubblicitari di Valentino, quello che  nemmeno il trapano del dentista riuscirebbe a togliere definitivamente, sarà proprio allora che il telefono prenderà a vibrare convulsamente attirandomi appuntamenti con distintissimi direttori che abbisognano di una segretaria in doppiopetto grigio e dall’aspetto serio e impeccabile.

Cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

(Wisława Szymborska, “Scrivere un curriculum”,
da Vista con granello di sabbia)

Guess.01

19 Settembre 2008 - Leave a Response

Esausto, la pelle tenera assottigliata in trasparenza, o forse più che altro insofferente, semplicemente stanco guarda in là, la testa girata di tre quarti, tanto che è difficile intercettarne le pupille. Appena sotto la sigaretta il bordo di una manica invita, GUESS, incolla intanto una parola all’altra, flusso d’informazione minuta, artigianato del tuttigiorni riferito in accuratezza, con voce pacata anche dove s’impenna l’impazienza. Appoggiata al suo braccio una fronte, femminile, ma lievemente, da esterna, inevitabilmente come sporgersi in avanti verso la scena nel buio del teatro, che come sappiamo non è luogo adatto per recitare la commedia. Volendo, anche una gelataia gentile come il suo aspetto non è, smentita accorta ai soliti partiti presi autoinstallanti, elogio riuscito alla naturalità degli ingredienti nonostante, proprio sotto il suo naso, il fumo nuoccia gravemente alla salute. Lo diresti un volatile, mezzo fuori e mezzo dentro, in apparenza versatile e dunque tale, con riserva di proiezione. Da una lista di parole a caso avresti libri, mangiare, casa, sonno, lavoro, fine settimana, more uxorio fra parentesi, quasi un’eco. E’ il tipo che intraprende, anche nel bloccare moti troppo ampi, un controllo a lacci lenti, loose, come una resa giudiziosa alla prudenza, refrattaria allo spreco, soprattutto di vita, senza alcuna avarizia. Cercando dietro probabilmente lo mancheresti, per niente facile ma senza allusione al mistero, un’abbondanza che si dipinge patologica e chiama sé stessa schizofrenia, quando tu hai già messo in conto ben altro – non ti viene da rigirare il coltello nella piaga, semmai ti offri casella postale per accogliere effusioni gratuite, il residuo che trabocca ai bordi e si espande sui lati. Stai a lato. Stai a fianco, distesa su un lembo di mora, non di attesa, sorbisci il tuo frappè a sorsate lente, ti viene offerto per questo.

Un coacervo di nerd tromboni

15 Settembre 2008 - 5 Responses

Poteva sembrare anche questo. Invece pare che si siano divertiti davvero, là a Riva del Garda.

Negli anni Novanta, quando il mio io ventenne frequentava i vernissage delle gallerie milanesi, provavo sconcerto nel constatare l’autoreferenzialità del mondo dell’arte, nel quale gli stessi soggetti si alternavano nei ruoli di fruitori, di creatori e di commentatori, offrendosi reciprocamente arachidi e tartine.

I blogger si leggono, si linkano, si citano e si premiano a vicenda, attraverso passaparola fatti di feed, aggregatori, microblogging, tumblr e altri social networking devices di certa levatura (cioè, il maispeis non fa punteggio). Poi si ritrovano in fiere estemporanee che chiamano barcamp, dove adottano un taglio social indossando felpe con cappuccio hoodies e t-shirt con loghi www, per tenere delle non-conferenze. Nell’era delle lenti a  contatto si ostinano a portare gli occhiali e, a quanto mi è dato di capire, a tavola non vanno troppo per il sottile.

La scarsità di documentazione sul loro rapporto con gli alcolici mi fa sospettare che non bevano. Mentre sono quasi certa che non fumino, o che lo facciano di nascosto.

Purtuttavia, sembrano spassarsela. Ché se lo sapevo, forse un blog me lo facevo prima.

Questo è più o meno tutto quello che so dei blogger. Speriamo che basti.

Appunti per un serial

13 Settembre 2008 - 2 Responses

(Un serial tv, non un serial killing. Rasserenatevi.)

Personaggi principali:

La Donna Senza Abitudini

Il Corruttibile

Il Santo

Il Professore

La Baldracca

L’Isterica

Il Venditore

L’Eredità

[Note: sembra un mazzo di tarocchi]

Soggetto: saga familiare dagli inquietanti contorni psicanalitici.

La Donna Senza Abitudini mena una vita discretamente ingarbugliata
da tardoadolescente irrisolta tra velleità artistoidi, acciacchi prematuri,
cordoni ombelicali maltagliati e relazioni amorose intermittenti.
Incontra il Corruttibile, giovane nerd borghese dalle spiccate attitudini
antisociali, ed è subito umore: i due fondano l’Unità Familiare dando
alla luce un bambino (Il Santo). I protagonisti sembrano avere finalmente
trovato il modo di arginare il violento e insensato scorrere delle loro
esistenze disperate buttando robba nel comune cratere affettivo.
Ma il baratro è dietro l’angolo: la morte del Professore, un individuo
misterioso la cui ombra aleggia sinistra e inesorabile sui destini di tutti
i personaggi, toglie collante al fragile equilibrio delle loro vite,
generando il Caos.
Entra dunque in scena la Baldracca, che trama incessantemente
per tenere le fila dei personaggi e conquistare L’Eredità, e con essa
il trono di Imperatrice del Regno di Mille Fighe di Legno. Solo
l’impermeabilità alle abitudini della protagonista e l’ideale di Suprema
Bontà rappresentato dal Santo potranno impedire al Corruttibile
di cadere nelle trame della Baldracca trascinando con sé l’Unità Familiare.
Ci riusciranno?

[To be continued...]

Manifesto

11 Settembre 2008 - 7 Responses

L’ultima cosa di cui si sentisse la mancanza nella Rete era un altro blog.
E anche questa stessa affermazione consapevole mostra evidenti segni
di usura, essendo già stata ampiamente sfruttata come giustificazione
per divulgare altre tonnellate di pappa linguisitica.

Ma Daria spinge affinché io pubblichi, e a me serve uno spazio in cui
rendere visibili i miei esercizi di dattilografia per dimostrare, in assenza
di attestati ufficiali, la mia buona volontà di autodidatta a fantomatici
impresari imprenditori disposti ad ingaggiarmi per un qualsiasi impiego
che richieda di saper buttare giù due righe.

Questo post è dunque dedicato ai miei unici lettori (Daria e il suo socio blogstar, a cui sarà inesorabilmente imposta la presenza a questo vernissage telematico), con i quali intendo stringere un patto preventivo, promettendo che saranno loro risparmiati blob estemporanei sul mio miserabile quotidiano e toni pimpanti da blogger dinamico che scruta
Il Mondo con occhio ironico.

Qui Il Mondo ce lo facciamo come ci pare, cercando di (r)aggirarlo
in quanto ostacolo al libero dispiegamento delle nostre potenti visioni mentali.

Qui si raccolgono Idee di Menti Geniali trascurate dalla storia
- perlomeno temporaneamente -  e Talenti Sublimi nella loro irriducibilità pratica. Come Edo, che suona il pianoforte,
cucina crostate di more al sole e calcola a mente la radice quadrata di trentottomilioniseicentocinquantunmilaottantanove, ma non sa leggere, né scrivere.

Lui è Edo, una mente inesorabile, un mistero.

Ha un cervello elettronico, qua dentro. E pensare che non sa né leggere, né scrivere. A suo modo, è un genio. Fa un po’ di tutto, anche se tutto quello che fa è bello, ma inutile. Un po’ come la matematica pura: magari non serve, ma è sublime.